Le aziende giapponesi stanno cercando di creare catene di approvvigionamento che non dipendano dalla Cina, a fronte di un’eventuale crisi tra USA e Cina sulla questione di Taiwan. Ciò potrebbe portare ad un drastico aumento dei costi di tutti i prodotti. L’estate scorsa, presso la Honda Motor, è stato ipotizzato un massiccio piano di ristrutturazione per esplorare la possibilità di costruire autovetture e motociclette utilizzando il minor numero possibile di componenti prodotti in Cina. L’azienda sta stimando quali sarebbero i costi di approvvigionamento di componenti da altre regioni, come il Sud-Est asiatico, mentre i componenti per le auto da costruire in Cina sarebbero acquistati all’interno di quel Paese. Se l’80% delle importazioni giapponesi dalla Cina – per un valore di circa 1.400 miliardi di Yen (9,5 miliardi di Euro), comprese materie prime e componenti – fossero interrotte per due mesi, il Giappone non sarebbe in grado di produrre un’ampia gamma di prodotti, tra cui elettrodomestici, automobili, resine, abbigliamento e prodotti alimentari. Dopo la fine della Guerra Fredda, la globalizzazione ha inglobato i Paesi dell’ex blocco comunista incrementando l’interdipendenza economica. Il Giappone ha legami particolarmente forti con la Cina i cui prodotti, nel 2020, hanno rappresentato il 26% delle sue importazioni totali, più degli Stati Uniti (19%) e della Germania (11%).Anche i prezzi dei prodotti aumenterebbero. Secondo la società di ricerca Owls Consulting Group, se si dovessero interrompere le impostazioni dalla Cina di 80 prodotti di primaria importanza, tra cui elettrodomestici e automobili, e si dovesse passare alla produzione interna o all’approvvigionamento da altre regioni, i costi aumenterebbero di 13.700 miliardi di Yen l’anno (93,4 miliardi di Euro). Se si trasferissero gli aumenti dei costi ai singoli prodotti, il prezzo medio di un personal computer aumenterebbe del 50% e quello di uno smartphone del 20%. Durante la Guerra Fredda, le catene di approvvigionamento dell’Est e dell’Ovest non erano collegate e quindi era molto più facile non dipendere dall’Unione Sovietica o dalla Cina. Ora le aziende sono strettamente interconnesse con la Cina, da quelle a monte della catena produttiva – per esempio per l’approvvigionamento delle materie prime – a quelle a valle – per l’assemblaggio dei prodotti. Pur continuando a fare affari in Cina in tempo di pace, le aziende si vedono quindi sollecitate a prepararsi per l’opzione “Cina zero”. (ICE TOKYO)
Fonte notizia: NIKKEI ASIAN REVIEW